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All’Ospedale Santo Spirito l’accoglienza e’ tradizione secolare

INTERNI OSPEDALE


di Giuseppe Quintavalle

Ben prima della apertura della Porta Santa, più volte mi è stato chiesto come pensavo di affrontare a livello organizzativo gli impegni sanitari dovuti all’iperafflusso dell’anno giubilare. Quello, però, che la maggior parte delle persone non conosce è quanto possa essere “ospitagliera e amorevole” la Città di Roma nell’affrontare eventi simili. Proprio queste sono le parole che l’abate Carlo Bartolomeo Piazza, degli Oblati di Milano, utilizzò nel suo trattato “Opere pie di Roma” nel 1679 e di certo – da quel momento – la secolare tradizione dell’accoglienza dell’Ospedale più antico d’Europa non è mai venuta meno.

Una tradizione di accoglienza secolare

Molti secoli prima infatti questo luogo era il “il ricovero dei Sassoni”, strutture di accoglienza di pellegrini in visita alla tomba di Pietro, ridotta in rovina dagli incendi di Borgo e riedificata grazie all’intervento di papa Innocenzo III, che costruì l’ospedale (1198) e lo affidò a Guido di Montpellier e all’Ordine dei Confratelli Ospedalieri, contraddistinti da uno stemma ne riassume tutta la filosofia. Una doppia croce con le estremità bifide che simboleggiava la considerazione della malattia come una situazione della persona e non come una punizione divina e prevedeva un trattamento basato su uno spirito di carità, che escludeva ogni fine di guadagno.

L’Ospedale Santo Spirito venne fondato “ad usum infirmorum et pauperorum” da Innocenzo III nel 1201. Elogiato per la sua efficienza anche da Martin Lutero, disponeva di circa trecento letti e per secoli accolse pellegrini, malati e bambini abbandonati. Nella regola dell’ospedale, che ancora oggi è conservata all’Archivio di Stato, veniva persino specificato di cercare per le strade i poveri malati da curare con “somma premura” e che i poveri “fossero accolti volentieri e trattati caritatevolmente”.

Il tema dell’accoglienza è dunque il fondamento dell’istituto e dovrebbe farci riflettere che delle sette opere di misericordia quasi tutte sono rivolte alla cura degli altri: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi. Oggi con il Giubileo della speranza abbiamo solo reso attuale le “regulae”.

I traguardi dell Asl Roma 1 nell’anno giubilare

La Asl Roma 1 ha avviato e concluso quattro cantieri per migliorare i percorsi e la sicurezza del Pronto soccorso, situato a pochi passi da piazza San Pietro, grazie a un investimento significativo che ha permesso di estendere la superficie e di adeguare la struttura a eventuali esigenze di emergenza. Un profondo restyling, che ha ristrutturato anche le terapie intensive e subintensive, rappresentazione di un impegno concreto di garanzia della qualità delle cure offerte.

Inoltre, con il sostegno della Regione Lazio e la collaborazione con ACO San Giovanni e ARES 118, questa grande azienda ha avvolto i luoghi di pellegrinaggio con l’apertura di quattro presidi di Guardia medica turistica per l’anno giubilare attivi ininterrottamente dalle 8 alle 20. Un abbraccio simbolico per fornire cure non di emergenza, ma equipollenti alla continuità assistenziale. Si tratta quindi di prevedere la continuità delle cure non urgenti ma non per questo rinviabili: visite mediche, prescrizione di farmaci per le terapie, proposte di ricovero ospedaliero in caso di necessità.

I quattro punti sono disponibili a questi indirizzi:

  • Ospedale Santo Spirito in Sassia – Lungotevere in Sassia, 1 – Roma
  • Casa della Salute Nuovo Regina Margherita – Via Roma Libera, 76 – RomaCasa della Salute Prati Trionfale – Via Fra Albenzio,10 – Roma
  • Ospedale San Giovanni Addolorata – Presidio Santa Maria Via di S. Giovanni in Laterano, 155 – Roma.

Intervenire per residenti e turisti

Stiamo cercando, insomma, di intervenire a vari livelli sulle nostre strutture per stabilire un dialogo sempre più proficuo con i residenti ma anche con i turisti. La società è cambiata: gli indicatori demografici mostrano quanto sia necessario riorganizzare il sistema sanitario. Bisogna superare il concetto di ospedalizzazione pura e iniziare a parlare di un sistema ospedaliero integrato con il territorio. Non come due realtà separate, quindi, ma come due mondi che devono necessariamente trovare un punto di incontro. Ritengo fondamentale un’educazione sanitaria che porti la popolazione a utilizzare correttamente i servizi.

Si parla spesso di sovraffollamento nei Pronto soccorso ma il nostro straordinario sistema si fonda ancora oggi su principi di equità, universalità e gratuità. Sono orgoglioso di lavorare in un Paese che ha sempre difeso questi principi e con operatori sanitari che, nonostante le difficoltà, esprimono il massimo in termini di umanizzazione delle cure.

Al passo con i cambiamenti demografici

Il cambiamento demografico impone una revisione totale anche delle politiche socio-sanitarie. Nell’azienda che dirigo abbiamo distretti sanitari con residenti che vivono prevalentemente da soli. Per queste persone non parliamo solamente di esigenze sanitarie, ma anche di poter raggiungere un benessere sociale, che include interventi di contrasto alla solitudine, oltre al supporto psicologico se necessario. Il Governo ha introdotto il Dl 33, che apre a nuove soluzioni come il co-housing. Nella nostra esperienza, abbiamo iniziato a lavorare su modelli abitativi guidati, soprattutto per le persone più fragili. Abbiamo esempi di successo anche in passato, come il co-housing psichiatrico a Civitavecchia nel 2004, che ha permesso a molte persone di trovare un equilibrio grazie al supporto di “case manager” formati all’umanizzazione.

Verso un utilizzo delle risorse tecnologiche più consapevole

Disponiamo di tecnologia che ci permettono di fare molto, pensiamo alla telemedicina, con la quale raggiungiamo anche le zone più isolate, o alla chirurgia robotica. Un utilizzo intelligente di queste tecnologie deve rappresentare una priorità. Non si tratta quindi solo di spazi fisici, ma di un cambiamento culturale che ci permetta interventi tempestivi nei luoghi giusti. Non dobbiamo banalizzare i problemi limitandoli alla riduzione delle liste d’attesa o all’aumento del numero di medici all’interno delle strutture. Dobbiamo educare tutti noi a un utilizzo consapevole delle risorse, educare il cittadino ai percorsi corretti e appropriati, ricordare a tutti gli operatori sanitari quelle fondamentali regole di accoglienza che Guy de Montpellier ci ha lasciato.

Ospedale Santo Spirito