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La Commissione Europea vede il PIL tedesco in discesa – è già andata in negativo per due anni di seguito, 2023 e 2024 -. Rispetto a prima della crisi sanitaria il Pil tedesco è rimasto fermo Germania crisi
di Luca Lippi
Paradossalmente i dazi americani alla Cina potrebbero favorire la ripresa tedesca – quindi anche dell’Europa – ma c’è un disavanzo troppo elevato tra Stati Uniti e Germania, è l’ostacolo da superare. Che sta succedendo alla “locomotiva” d’Europa?
Il passato economico della Germania
La Germania non è mai stata particolarmente brillante economicamente, in realtà quando è apparsa tale, non è mai stata farina del suo sacco. I problemi più grandi hanno origine dalla riunificazione del Paese. Negli anni 90 sarebbero stati investiti circa duemila miliardi di euro nella Germania Est, nel 1991 il PIL pro capite di Berlino Est era meno della metà di quello di Berlino Ovest. Nel 1996 il PIL della Germania Est raggiunge il 73 per cento di quello Ovest. L’integrazione ha richiesto investimenti per infrastrutture, edilizia, ricondizionamento del sistema produttivo, pensioni e sostegni ai redditi. Operazioni economiche titaniche che nel tempo mettono in crisi il mercato del lavoro e, più in generale, l’economia.
A cavallo del nuovo secolo, la Germania è tutt’altro che in salute. Il costo del lavoro è troppo elevato e il Paese non è competitivo a livello internazionale, la disoccupazione è drammatica.
Agenda 2010 e riforme Hartz
Una serie di riforme del mercato del lavoro e una rimodulazione del welfare – in estrema sintesi, un inasprimento delle condizioni per l’assistenza sociale e una deregolamentazione parziale del lavoro – riducono la spesa ma aumenta le disuguaglianze e precarizza il lavoro. La riduzione del potere d’acquisto dei salari fa cadere il governo in carica ma nel frattempo la Germania ha ritrovato competitività, tant’è che dal 2003 al 2008 i tedeschi sono i più grandi esportatori di beni al mondo. Il nuovo governo – il primo a guida Merkel – non cambia le regole del precedente. Dal 2000 al 2009 i salari reali – quelli che tengono conto dei prezzi al consumo – registrano una crescita debolissima, in parte aggravati anche dalla crisi del 2008.
Dopo il 2010 i salari cominciano ad aumentare, il contributo maggiore a questo stato di cose deriva dall’industrializzazione dei paesi emergenti, segnatamente la Cina. La necessità di macchinari per far funzionare le fabbriche nascenti in Cina favorisce la Germania che è leader nella costruzione di macchinari industriali. Nel 2011 le esportazioni tedesche in Cina ammontavano a 91 miliardi di Dollari, il doppio di quanto esportassero nel 2007. Tanta “grazia”, però, ha favorito più la Cina che la Germania, tant’è che nel giro di pochi anni la Cina diventa un concorrente formidabile della Germania nell’industria pesante.
Dalla pandemia alla guerra in Ucraina: la recessione
La pandemia e la guerra in Ucraina hanno dato il colpo di grazia alla Germania. Nel 2020 il PIL tedesco scende del 4 per cento – non una catastrofe rispetto a Francia, Spagna e Italia – grazie a contratti di fornitura energetica a bassissimo costo che ha consentito al settore manifatturiero di produrre a costi concorrenziali. I problemi seri arrivano nel 2022 con la guerra in Ucraina, l’impennata dei costi energetici mette in ginocchio l’industria pesante energivora tedesca. Il punto di forza della Germania – l’industria pesante – diventa un “fianco scoperto” e il Pil rallenta. Nel 2023 la Germania entra in recessione.
L’aumento dell’inflazione
Più che nel resto del Vecchio Continente, la Germania subisce l’aumento dell’inflazione. L’inflazione è un freno per l’economia, vale per tutti, ma per la Germania la medicina della BCE – aumento dei tassi per contenere l’inflazione – ha avuto effetti collaterali catastrofici. Le esportazioni tedesche diminuiscono dello 0,3 per cento nel 2023 e 0,8 per cento nel 2024. La Cina, che nel frattempo è cresciuta nell’industria pesante grazie alla Germania, entra in concorrenza diretta col suo mentore. La Germania subisce la concorrenza soprattutto nei settori più performanti, automobili ed elettronica. Il deficit commerciale tra Germania e Cina passa dai 20 miliardi di euro del 2019 a 80 miliardi di euro nel 2022.
La crisi tedesca
Se è vero, come è vero, che i problemi di deficit commerciale si possono tamponare con i dazi – parola ormai demonizzata ma ci sono sempre stati – quello che ha ulteriormente fiaccato la Germania è la crisi demografica e l’assenza di immigrazione “qualificata”. Allo stato dell’arte, tra dieci anni, alla forza lavoro tedesca, mancheranno all’appello tra i 4 e i 6 milioni di unità. A questo problema – non di poco conto – si aggiunge la normativa interna che impedisce al governo di investire a debito non più dello 0,35 per cento del Pil, una regola restrittiva che negli anni ha impedito interventi sulle infrastrutture e le reti dati che stanno deteriorando per consunzione fisiologica.
Per aggirare questo vincolo interno, il governo tedesco avevo proposto di utilizzare i 60 miliardi accumulati in un fondo per le emergenze della pandemia, il Parlamento tedesco aveva dato il via libera all’utilizzo di questi fondi ma la corte costituzionale tedesca blocca tutto. Nel 2023 il fondo è dichiarato dai togati rossi “incostituzionale” azzoppando la strategia del governo. La coalizione dei social democratici, dei verdi e liberal democratici collassa nel 2024 chiamando alle urne i tedeschi.
Dopo le elezioni
La madre della regola del freno al debito, Angela Merkel e il presidente della Bundesbank, hanno sostenuto la necessità di superarla. Vedremo cosa succederà col nuovo governo in formazione. Attualmente la Germania è la sesta potenza su scala globale per complessità economica, negli ultimi cinque anni ha perso tre posizioni. Un’economia è complessa sulla base della capacità di esportare prodotti diversi. Quindi la base per riprendere la sua corsa c’è, dipende solamente dalla capacità di investimento di risorse evitando sprechi.
Inoltre, se i dazi dell’amministrazione Trump si rivelassero significativi per le merci cinesi, altri Paesi potrebbero farsi avanti. Bloomberg ha individuato quattro paesi in grado di sostituire la Cina e quindi bisognosi di macchinari per l’industria pesante di produzione tedesca: il Vietnam, l’Indonesia, la Polonia e il Marocco. In Europa anche l’Ungheria potrebbe ambire a sostituirsi alla Cina. Per fare il salto di qualità, i paesi individuati necessitano di macchinari all’avanguardia, e la Germania potrebbe giocare un ruolo cruciale sia come fornitore di macchinari a nuovi paesi emergenti, sia come fornitore di prodotti finiti agli Stati Uniti al posto della Cina. Il segnale è che i dazi “promessi” da Trump alla Germania sono molto più bassi di quelli destinati alla Cina.
Tuttavia c’è da considerare che le esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti hanno raggiunto il loro massimo storico nel 2024. Dunque i dazi, nell’immediato, avranno un effetto negativo sulla già debole economia tedesca. Il FMI vede una crescita del PIL tedesco sotto l’uno per cento per i prossimi quattro anni – anno in corso incluso -. Ora tutto è nelle mani del governo in formazione dopo le elezioni del 23 febbraio ultimo scorso.